STANZE – Sul custodire e il perdere prorogata fino al 29 maggio

Inauguratasi lo scorso 26 Febbraio, STANZE – Sul custodire e il perdere è la prima mostra personale di Chantal Akerman in un’istituzione pubblica italiana. Il progetto espositivo è il secondo appuntamento di ESPORRE IL CINEMA, ciclo di mostre legate annualmente al Premio Marco Melani.

La mostra è stata prorogata fino a domenica 29 maggio.

L’attenzione alle attività quotidiane declinate al femminile è stato sin dagli esordi un tema rilevante in gran parte del suo lavoro che, rivelando una fede umanistica ed epistemologica nell’osservazione del luogo comune, medita sulla natura problematica delle capacità rappresentative del cinema. L’importanza della pratica di Akerman non è solo formale ma si collega strettamente alla sua continua ricerca su questioni di identità e memoria inquadrandole all’interno di una rivoluzionaria esplorazione dell’estetica dell’ordinario.

Chantal Akerman, regista, artista, attrice, scrittrice e sceneggiatrice, è una dei più importanti registi della sua generazione. Figura di punta nel cinema europeo sperimentale, sin dai primi anni 70 ha avuto un ruolo cruciale nella graduale dissoluzione, così emblematica negli ultimi vent’anni, delle frontiere tra lo spazio del cinema e quello dell’arte. E’ dal 1995 che, spesso ma non sempre, incomincia ad usare i suoi lungometraggi come punto di partenza nel processo di una riconfigurazione spazio-temporale.
Figlia di Ebrei polacchi sopravvissuti ad Auschwitz e rifugiati in Belgio, sin dai suoi precoci esordi, Akerman ha sempre avuto un’ossessione per lo spazio domestico come da sempre ha anche perseguito un senso di “appartenenza”, anche se spesso dichiarava di non appartenere a nessun luogo. La sua mappa affettiva ha sempre comportato una tensione tra evocazione astratta e quotidianità concreta e la casa ha costituito un focus centrale all’interno della sua pratica. Concetto ancestrale e modernissimo che, in molti dei suoi film, diventa un teatro di solitudine per eccellenza.

STANZE. Sul custodire e il perdere, prende voce e corpo in uno storico edificio patrimoniale, la cui originaria destinazione d’uso era proprio quella domestica, e interagisce con la natura non standardizzata dello spazio già di per sé narrativo. Assecondando la sua politica espositiva e culturale, anche in questa occasione Casa Masaccio insiste sull’idea di una contiguità semantica tra il percorso espositivo e il contesto architettonico con una mostra che asseconda le potenzialità del cinema come spazio tridimensionale e come esperienza spaziale oltre che temporale. Le stanze, luoghi fisici densi di significati metaforici, sono tanto tratti semantici dell’abitare quanto spazi interiori e unità metriche della poesia.

Sul custodire e il perdere, su ciò che è possibile trattenere e su quello che si è costretti a lasciare andare, allude a quell’indistruttibile che resta e resiste ad ogni corrosione, ma anche al processo stesso di editing richiesto dal montaggio, vero atto cruciale di un film.

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