LA VIA DELLE PIEVI

 La via delle Pievi
La presenza umana, fin da età molto antica, lungo i bassi rilievi collinari da cui emergono le vette della catena del Pratomagno (1591 m s.l.m.) é ben documentata dai ritrovamenti archeologici e dalla toponomastica.
Toponimi di origine etrusca e prediali latini documentano la realtà di un popolamento sparso che si coagula in agglomerati di limitata o limitatissima estensione. L’area é complessivamente nota alle fonti latine con il nome di Etrusci Campi, celebri per la loro fertilità ma lontani dai centri urbani di Arezzo e di Fiesole. I confini delle due città etrusche attraversano il Valdarno Superiore grosso modo all’altezza di Montevarchi e di San Giovanni.
Pochi anni dopo l’attraversamento del Valdarno Superiore a opera delle armate di Annibale, ai piedi del Pratomagno i Romani consolidano attraverso la costruzione della Cassia Vetus antichi percorsi pedemontani che collegano i centri etruschi di Fiesole e Arezzo. Il tracciato dell’attuale statale dei sette ponti é sostanzialmente l’erede dell’antica strada romana. Lungo la statale dei sette ponti sembra coagularsi, attraverso i secoli, con un’impressionante continuità storica, il popolamento umano di questa parte del Valdarno. La strada attuale collega fra di loro una vera e propria catena di pievi romaniche sorte in corrispondenza di antichi agglomerati umani attraversati o toccati dalla strada romana. I nomi di questi sono spesso di antiche origini: Gropina e Soffena sono senz’altro toponimi etruschi mentre Cascia documenta il passaggio della Cassia Vetus proprio ai piedi dell’attuale insediamento di Reggello.

Pieve di S. Pietro a Gropina
La pieve di San Pietro a Gropina é direttamente raggiungibile dal borgo di Loro Ciuffenna dal quale dista circa 2 Km. La chiesa, stretta fra le case del piccolo borgo, domina dall’alto il tracciato della statale dei sette ponti alla quale é collegata da un diverticolo.
La chiesa conserva intatte le splendide strutture romaniche. La disadorna facciata in regolare filaretto di arenaria consente tuttora di leggere, in certe caratteristiche irregolarità architettoniche e asimmetrie, la complessa storia dell’edificio.
Le attuali strutture romaniche insistono sui resti, visitabili nel sotterraneo della chiesa, di una “fattoria” di età romana. Sulle rovine di età romana si impostano i resti di una minuscola chiesa paleocristiana sostituita poi da una chiesetta a due navate dell’VIII secolo. La chiesa attuale, sorta sui resti del precedente edificio di VIII secolo, era anch’essa originariamente a due navate. La navata sinistra, più recente, risale alla fine del XII secolo. L’interno, molto suggestivo, conserva un meraviglioso pulpito adorno di rilievi. Di grande interesse sono gli splendidi capitelli delle colonne della navata destra, certo dovuti alle maestranze artigiane responsabili della realizzazione del pulpito.


Badia di S.Salvatore a Soffena
Lungo la statale dei sette ponti, venendo da Loro Ciuffenna, prima di entrare in Castelfranco, sulla sinistra, spiccano i resti della Badia di S. Salvatore a Soffena.
Originariamente castello degli Ubertini, delle antiche strutture castellane si conservano tuttora tratti di mura alla base della torre campanaria nei quali si aprono strette feritoie. Nel corso della seconda metà dell’XI secolo il castello rovinò.
Pochi anni dopo, sulle rovine dell’edificio, sorse un monastero sotto il titolo di S. Salvatore de Sophena soggetto all’Abbazia di S. Trinita in Alpe sul Pratomagno, quindi all’Abbazia di Vallombrosa.
La chiesa conserva intatto il severo impianto trecentesco a croce latina, sul modello della chiesa primitiva di Vallombrosa. Semplici monofore di un gusto piacevolmente campestre si alternano, all’esterno, a robusti contrafforti che contengono le spinte della copertura a volte della chiesa. Soppresso il monastero nel 1779 e ridotto a usi rurali, la chiesa é stata in anni recenti restaurata e riconsacrata al culto. Il restauro ha consentito il pieno recupero e la valorizzazione degli importanti affreschi che ne decorano l’interno semplice e austero: l’Annunciazione di Giovanni detto lo Scheggia, la Strage degli Innocenti di Maestro Liberato da Rieti, la Madonna col Bambino di Paolo Schiavo, il S.Giovanni Gualberto e storie della sua vita di Bicci di Lorenzo.

Pieve di S. Maria. Piandisco’
Lungo la statale dei sette ponti, al termine del centro di Piandiscò per chi viene da Castelfranco, sulla sinistra, sorge la pieve di S. Maria, dell’XI e XII secolo. Il campanile e le tre absidi della chiesa s’affacciano tuttora sulla strada moderna erede dell’antica Cassia. La chiesa, a tre navate, conobbe due fasi costruttive. Ben lo rivela, tuttora, il paramento murario della fiancata sinistra. In prossimità della facciata é tuttora ben conservato l’originario paramento murario in filaretti di arenaria molto accurati e regolari.
In questo punto la fiancata sinistra si articola tuttora in un ricorso di arcatelle pensili impostate alternatamente su peducci e su lesene sorgenti da un alto zoccolo. In seguito a un crollo la parte presbiteriale, comprese le absidi, fu ricostruita in pietre rozzamente sbozzate. La facciata é coeva alla prima fase della chiesa. Si caratterizza per la ridotta sopraelevazione della navata centrale e per le cinque arcate cieche che iscrivono il portale e due monofore, frutto di un restauro del 1932.
Nell’interno si conserva una pregevole Madonna col Bambino di Paolo Schiavo.

Pieve di Cascia
Sorge nei pressi di Reggello ed é immediatamente raggiungibile, per chi viene da Piandiscò, da un diverticolo che si stacca a sinistra dalla statale dei sette ponti. L’edificio a tre navate in regolari filaretti di arenaria é concluso da una sola abside. La torre campanaria, possente, svetta, leggermente distaccata dal fianco destro della chiesa, sul borgo di Cascia.
La chiesa é singolarmente preceduta in facciata da un portico a cinque arcate sorretto da massicce colonne dai capitelli classicheggianti. Il portico é stato interamente rifatto nel corso dei restauri del 1930 che comportarono una sostituzione pressoché totale degli originari elementi lapidei ormai consunti e degradati.
L’interno, particolarmente solenne, conserva fra le altre opere d’arte, in fondo alla navata sinistra, la prima opera nota di Masaccio, il celebre Trittico di S. Giovenale.